“Ogni rigenerazione è un inizio”. Dialogo con Maurizio de Giovanni su Napoli tra architettura, identità, memoria

  • Postato il 19 gennaio 2026
  • Architettura
  • Di Artribune
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Negli ultimi anni Napoli è diventata un laboratorio urbano in trasformazione. La città ospita interventi di riqualificazione e rigenerazione urbana che seguono approcci diversi tra loro. Operazioni complesse, progetti che migliorano lo spazio pubblico e le infrastrutture. Tutti questi interventi interrogano il rapporto tra permanenze storiche, dinamiche contemporanee e nuove forme di progetto urbano che puntano alla riconversione funzionale e sociale di interi quartieri. Un esempio è la nuova Stazione Marittima del Molo Beverello, segmento del Piano Regolatore Portuale approvato nel 2004, inaugurata dopo 21 anni. È il primo progetto realizzato del waterfront di Napoli che mira a restituire alla città gli spazi pubblici affacciati sul golfo, integrando funzioni portuali, commerciali e culturali, trasformando quest’area da zona di transito degradata a spazio pubblico, fulcro di mobilità e attrattiva turistica. Napoli – Partenope -, è una città nata dal mare e con esso intimamente connessa, ma nel tempo questo rapporto generativo si è interrotto, un legame millenario reciso dai precedenti piani urbanistici e portuali. Parliamo di questi temi con lo scrittore e sceneggiatore partenopeo Maurizio de Giovanni.

Un ritratto di Maurizio de Giovanni
Un ritratto di Maurizio de Giovanni

Rigenerazione urbana a Napoli: un dialogo con Maurizio de Giovanni

Napoli sta attuando una visione di rigenerazione urbana. Tu che conosci bene le contraddizioni della città, vedi un cambiamento reale nel tessuto sociale o si tratta prevalentemente di un restyling architettonico?
Napoli si sta muovendo, finalmente. E il movimento è sempre una buona notizia. C’è un restyling architettonico evidente: moli ripensati, facciate che tornano a respirare, spazi che si aprono. Ma sarebbe un errore liquidarlo come trucco, come scenografia. Il cambiamento sociale poi lo misuri nel tempo, nelle abitudini nuove che prendono piede, nelle possibilità che si accendono per chi la città la vive, non solo per chi la attraversa. Ogni rigenerazione è un inizio. Una soglia. Napoli sta sistemando la casa: ora bisogna vedere se inviterà davvero tutti a sedersi al tavolo.

Nell’immaginario letterario, Napoli e il mare sono inscindibili. Nei tuoi romanzi e nelle tue fiction il mare permea l’atmosfera della città. Come interpreti il fatto che per decenni questo rapporto millenario sia stato interrotto proprio dove la città era nata?
Che il mare sia stato escluso dal suo stesso grembo è la più napoletana delle contraddizioni: una madre costretta a guardare i figli da dietro un vetro. Per decenni abbiamo attraversato il porto senza sentirlo. Recuperare quel rapporto oggi significa ridare alla città il suo elemento originario. Perché il mare a Napoli non è un paesaggio: è un carattere, un umore, una lingua.

Cosa significa per l’identità napoletana recuperarlo oggi?
Riaprirlo vuol dire ricordarci chi siamo: una città che non parte dal porto, ma ritorna al porto, ogni volta che ha bisogno di capire sé stessa. Recuperare oggi quel legame significa restituire a Napoli parte della sua identità: la partenza, la mancanza, la speranza, il ritorno. Perché l’identità napoletana non si fonda sulla terra: si fonda sull’orizzonte.

Rinnovare il waterfront di Napoli: il progetto della Stazione Marittima del Molo Beverello

La nuova Stazione Marittima nasce in un’area complessa tra le più stratificate della città, in dialogo con importanti testimonianze storiche: il Maschio Angioino e Piazza Municipio alle spalle; il Molo San Vincenzo a destra, la Stazione Marittima e l’Immacolatella Vecchia a sinistra, e di fronte il mare del golfo di Napoli. Il gruppo vincitore del concorso — Michel Euvé capogruppo, Matteo Di Venosa, Raffaella Massacesi, Rosario Pavia per il progetto urbanistico, Fabrizio e Pierfrancesco Capolei, Guendalina Salimei per l’architettura — ha sviluppato il tema come Filtering Line. Una struttura in cemento armato e vetro che si pone come cornice tra le possenti torri del Maschio Angioino e l’apertura verso il mare. L’edificio, semi-ipogeo, si sviluppa per 170 metri lungo il margine del mare, manifestandosi attraverso un susseguirsi di linee spezzate che frammentano sia la pianta che le quote altimetriche. È un sistema architettonico complesso che sembra essere riemerso da un sottosuolo dimenticato, quasi restituito alla superficie da un fenomeno bradisismico.

A Napoli un’infrastruttura che è monumento contemporaneo e spazio quotidiano

Nel corso dei lavori di scavo sono emersi i resti del molo borbonico, una stratificazione architettonica inaspettata che è stata musealizzata e resa visibile, trasformandola in testimonianza materiale della storia portuale. La frammentazione volumetrica genera scorci e prospettive molteplici, permettendo a chi lo attraversa di percepire simultaneamente la struttura contemporanea, le preesistenze storiche riemerse e il paesaggio circostante. Il prospetto fronte mare è caratterizzato da una protrusione, volume rivestito da un mosaico della “Ceramica artistica Solimene”, che raffigura Napoli, il Vesuvio e la sirena Partenope. Questo mosaico, che all’interno diventa sala di attesa, stabilisce un dialogo con la tradizione ceramica campana, da Vietri alla scuola napoletana del Settecento, collocando il progetto nella scia dell’architettura moderna italiana che si confronta con l’artigianato locale, da Gio Ponti a Carlo Scarpa. L’uso degli stessi materiali dà continuità funzionale e spaziale tra dentro e fuori: l’interno è pensato come una grande piazza coperta per i viaggiatori, sottostante un’altra piazza-promenade panoramica per cittadini e turisti. Le panche di attesa richiamano le vecchie panchine delle stazioni ferroviarie e dei traghetti, mentre i banchi degli operatori e del bar propongono un’immagine moderna che riprende i piani triangolari caratteristici dell’edificio. Questa concezione richiama altri terminal recenti — dal Marítimo di Yokohama di FOA alla Stazione marittima di Salerno di Zaha Hadid Architects — ma si distingue proponendo un’infrastruttura che vuole essere simultaneamente monumento contemporaneo e spazio quotidiano per la città, integrandosi nel contesto storico e paesaggistico in modo delicato, come se ne facesse parte da sempre.

Napoli Stazione Marittima del Molo Beverello. Photo Fabrizio Capolei
Napoli Stazione Marittima del Molo Beverello. Photo Fabrizio Capolei

L’architettura del Molo Beverello vista da Maurizio de Giovanni

Il Molo Beverello è punto di partenza per il turismo verso le isole, mentre a pochi passi, all’Immacolatella — da dove partirono gli emigranti diretti in America — il piano del waterfront prevede l’area museale per la storia del porto. Pensi che questa nuova architettura possa diventare un ponte simbolico che inviti a riscoprire la memoria collettiva senza retorica?
Se esiste un luogo capace di tenere insieme le partenze ‘leggere’ dei turisti e quelle ‘pesanti’ degli emigranti, senza farle litigare, quello è proprio il Molo Beverello. Questa architettura può farlo. Non perché sia un ponte retorico, ma perché è un ponte fisico: ti costringe a guardare, ad attendere, a camminare dentro la memoria e non solo accanto a essa. Diventerà simbolico solo se resterà quotidiano. Le persone non ricordano i monumenti, ricordano i luoghi dove hanno aspettato qualcuno, o salutato qualcuno, o deciso qualcosa. Se saprà essere questo, allora sì: inviterà tutti a ricordare.

L’architettura della nuova Stazione Marittima presenta geometrie spezzate, percorsi multipli, sovrapposizioni di funzioni e un intreccio tra tradizione (mosaico, materiali locali) e modernità (forme, funzione). Questi elementi sembrano metafora di Napoli. Pensi che possa diventare l’ambientazione di un tuo prossimo romanzo?
Perché no? Vedremo. La Stazione marittima però sicuramente somiglia un po’ al modo in cui io scrivo Napoli: per linee spezzate, per livelli sovrapposti, per verità semi-nascoste che riemergono quando scavi abbastanza a fondo. Non è il caos a ispirare le storie, ma l’ordine nascosto sotto il caos. La Stazione Marittima racconta proprio questo: che il passato non è sepolto, è in attesa, come i viaggiatori sulle panche, che qualcuno si sieda e lo guardi davvero. E le storie, a Napoli, non nascono mai dove tutto è perfetto. Nascono dove qualcosa riemerge. Dove la città, come il terreno, continua a muoversi piano. Dove la memoria chiede solo una cosa: non essere dimenticata di nuovo. Forse un giorno la userò in un romanzo. Perché, come i personaggi migliori, non sta ferma: contiene un passato che si muove e un futuro che chiede di essere seguito. E a Napoli, i luoghi che si muovono, prima o poi, diventano storie.

Paolo Verdeschi

L’articolo "“Ogni rigenerazione è un inizio”. Dialogo con Maurizio de Giovanni su Napoli tra architettura, identità, memoria" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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