Tfs dipendenti pubblici, la Consulta rinvia la sentenza al 2027: un paradosso sul piano dei diritti
- Postato il 12 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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C’è una categoria di lavoratori italiani che, il giorno in cui smette di lavorare, non sa quando vedrà arrivare i soldi della liquidazione. Può aspettare un anno, tre, sette. Senza interessi. Senza rivalutazione. Sono i dipendenti pubblici, e la somma che attendono si chiama Tfs – Trattamento di Fine Servizio – l’analogo del Tfr che i colleghi del privato intascano, invece, il giorno stesso del pensionamento.
Il 5 marzo si attendeva la parola definitiva della Corte Costituzionale. Tre tribunali amministrativi regionali – Marche, Lazio e Friuli-Venezia Giulia – avevano rimesso alla Consulta la questione, ritenendo che questo sistema di pagamento differito e rateizzato violasse i principi fondamentali della Costituzione. L’udienza si era tenuta il 10 febbraio. I lavoratori aspettavano.
La Corte ha depositato la propria ordinanza. Ma invece di decidere, ha rinviato. L’udienza in cui verrà trattata la questione nel merito è fissata al 14 gennaio 2027. Dieci mesi ancora.
Non è la prima volta che la Corte si esprime su questo tema. Nel 2019, con la sentenza n. 159, aveva già sollevato più di un dubbio sul sistema. Nel 2023, con la sentenza n. 130, era stata esplicita: il differimento del Tfs per chi lascia il lavoro per raggiunti limiti di età o di servizio contrasta con il principio costituzionale della giusta retribuzione. Parole nette. La Corte aveva anche sottolineato come la rateizzazione aggravasse ulteriormente la situazione, trattandosi di un emolumento che serve proprio a far fronte alle spese in una delle fasi più delicate della vita, quella dell’uscita dal mondo del lavoro. E aveva invitato il legislatore a intervenire.
Sono passati due anni. Il Parlamento non ha fatto nulla di sostanziale. E così il 5 marzo ci si aspettava che la Corte, preso atto dell’inerzia, facesse il passo successivo: dichiarare incostituzionale la norma. Non è andata così. Dietro la decisione di rinviare ci sono, con ogni probabilità, i numeri che l’Inps ha presentato alla Corte nell’udienza di febbraio: stime sul significativo impatto sulle finanze pubbliche in termini di fabbisogno di cassa che deriverebbe da una declaratoria immediata di incostituzionalità. In sostanza: se la Corte avesse detto subito che il sistema è illegittimo, lo Stato avrebbe dovuto trovare le risorse per pagare in tempi normali milioni di dipendenti pubblici. Una cifra enorme, che evidentemente ha pesato nella valutazione.
La logica è comprensibile sul piano finanziario. Ma sul piano dei diritti, è difficile non notare il paradosso: una norma che la stessa Corte ha già definito contraria alla Costituzione continua ad applicarsi perché costerebbe troppo smettere di applicarla.
C’è però un elemento nuovo, rispetto ai precedenti rinvii. Questa volta la Corte ha fissato una data. Il 14 gennaio 2027 non è solo la prossima udienza: è una scadenza politica. Se entro quella data il legislatore non avrà riformato il sistema, la Consulta dichiarerà l’illegittimità costituzionale delle norme vigenti. Con tutto ciò che ne consegue sul piano giuridico e finanziario.
In questo senso, l’ordinanza assomiglia a un ultimatum. Governo e Parlamento hanno circa dieci mesi per trovare una soluzione strutturale. Non i rattoppi a cui ci hanno abituato – come la misura dell’ultima legge di bilancio che anticipa di tre mesi il pagamento ma fa perdere al lavoratore la detassazione prevista per il Tfs corrisposto dopo i dodici mesi – ma una riforma vera, che riconduca il Tfs a tempi di liquidazione paragonabili a quelli del settore privato.
La domanda è se questa volta l’esecutivo voglia davvero affrontare il nodo, o se preferisca aspettare il 2027 e lasciare alla Corte l’onere – e la responsabilità politica – di una sentenza che costerebbe assai di più di una riforma ragionata e graduale. Sarebbe un calcolo miope.
Nel frattempo, ogni anno centinaia di migliaia di dipendenti pubblici lasciano il lavoro senza sapere quando rivedranno i loro soldi. Anni di sentenze, moniti, appelli al legislatore. Adesso almeno c’è una data. Mancano dieci mesi.
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