Tra Tommaso e Bonaventura Francesco è il vero Cantico della Luce
- Postato il 7 marzo 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Le prime biografie francescane tra memoria dei testimoni e riflessione teologica
Mi trovo ad Assisi. Come ogni anno sulle tracce di Francesco. Rivelazioni che diventano segno di una sempre rinnovata rigenerazione della gioia. Ho riletto le Vite di Tommaso da Celano e di Bonaventura da Bagnoregio. Poco importano le date in un libro di emozioni rinnovate, di pensieri, di riflessioni. Qualche dettaglio soltanto.
Parto, comunque, dal presupposto che le date non sono chiodi. Sono impronte lasciate dal cammino. Si custodiscono come semi, non come pietre.
Tommaso da Celano scrive la prima vita quando la ferita di Francesco è ancora esposta. Tra il 1228 e il 1229. Il papa chiede a Tommaso di raccogliere i granelli prima che il vento li porti via. Infatti Tommaso, come cronista, va tra i compagni vivi e ascolta il balbettio della memoria. Scrive con mano che trema perché la carne dell’amico è ancora recente.

Tra il 1246 e il 1247 scrive la seconda vita e raccoglie episodi che non aveva osato scrivere prima. Nel 1257 traccia il libro dei miracoli.
Successivamente Bonaventura da Bagnoregio scrive quando la ferita si è fatta icona. Siamo tra il 1260 e il 1263. Il ministro generale riceve l’incarico di ordinare la memoria. La sua Legenda Maior nasce come architettura e come scala perché i frati possano abitare Francesco senza perdersi nel solo calore del ricordo.
Così Bonaventura compila dopo Tommaso.
Compila, per usare una metafora, quando la terra dei testimoni oculari si è fatta più sottile.
Tommaso scrive vicino al fuoco che scotta.
Bonaventura scrive vicino alla lampada che disegna.
Entrambi custodiscono lo stesso uomo.
Uno ne raccoglie il respiro corto. L’altro ne traccia il respiro lungo.
Le date, in fondo, restano lì non come sentenza ma come segno che la memoria ha bisogno di più mani e di più stagioni.
Nel pomeriggio umbro che sapeva di fieno tagliato e di inchiostro mi sono trovato a pensare alle due vite di Francesco — quella scritta da Tommaso da Celano e quella scritta da Bonaventura da Bagnoregio — come si pensa a due fiumi che nascono dallo stesso monte e arrivano allo stesso mare con acque diverse per sapore e per luce.
Tommaso da Celano immagino che abbia scritto con le mani che hanno toccato la lana ruvida del saio e con le orecchie che hanno sentito il balbettio della preghiera nella stalla di Rivotorto.
Infatti la sua vita è un racconto di granelli di polvere, un elenco di gesti piccoli: il giorno che Francesco lavò le scodelle, il giorno che chinò la testa davanti al lebbroso, il giorno che chiamò sorella la morte senza enfasi.
Tommaso sembra camminare rasente alla terra raccogliendo fatti come si raccolgono olive cadute, non per fame ma per non sprecare nulla.
Il suo Francesco è un ragazzo che rideva con i poveri, che aveva paura dei libri, che amava le bestie perché non gli chiedevano spiegazioni.
La povertà è una ferita esposta, la libertà è spogliarsi davanti al padre, la santità è un corpo che sente freddo e sonno.
Tommaso non vuole insegnare. Vuole piuttosto testimoniare. Teme che, se non scrive, i testimoni porteranno via i particolari come il vento porta via i semi.
Bonaventura da Bagnoregio, invece, scrive più tardi, ovvero quando la ferita si è già fatta icona.
Scrive con mani abituate al tavolo e alla lampada, con occhi che hanno letto Agostino e Dionigi.
La sua vita è un disegno architettonico, un itinerario dell’anima che sale dal sensibile all’intelligibile.
Il suo Francesco è maestro del viaggio interiore, un segno cosmico, uno specchio della Croce.
Bonaventura non nega i fatti. Li trasfigura. Il lupo di Gubbio non è solo un lupo. È la violenza che si placa davanti all’amore. La spogliazione non è solo davanti al vescovo. È spoliazione dell’io e la nudità diventa schema.
La povertà è legge dell’essere e l’obbedienza è ordine che rispecchia Dio.
Bonaventura vuole proporre una vera e propria scuola. Una strada segnata perché i frati non si perdano nell’emozione e perché la gente comune possa abitare quel fuoco senza bruciarsi nelle parole.
Bonaventura ascolta il respiro lungo di Francesco, ovvero quello che diventa canto nelle volte.
Tommaso sta con il ragazzo che ride. Bonaventura sta con il simbolo che regge secoli.
Nessuno dei due, però, mente. Vedono con occhi diversi perché amano allo stesso modo.
Immagino ancora Tommaso camminare nei campi con un sacco di appunti raccolti da testimoni ancora vivi. Sente l’odore della minestra dei lebbrosi e annota che Francesco una volta pianse per un agnello dimenticato.
Immagino Bonaventura che chiude la finestra dello studio, traccia una linea tra povertà e sapienza, scrive che Francesco è alter Christus perché chi legge non si accontenti dell’aneddoto ma cerchi il disegno divino.
Tommaso teme che il disegno diventi muro. Bonaventura teme che l’aneddoto resti polvere.
La differenza è anche di postura. Tommaso si inginocchia e raccoglie. Bonaventura si alza e mostra.
Entrambi servono lo stesso uomo: uno ne tiene la mano calda, l’altro ne accende la lampada.
Uso dunque metafore. La mia vita tutta è metafora. Soprattutto in questi viaggi.
Chi sono stati realmente Tommaso e Bonaventura?
Tommaso da Celano nacque a Celano (Abruzzo) intorno al 1190-1200 e morì a Tagliacozzo (Val de’ Varri) verso il 1260-1270. Fu un frate francescano. Fu il primo biografo di San Francesco. Scrisse la Legenda prima (1228-29) e la Vita seconda (1246-47), con il Trattato dei miracoli (1252-53). Entrò nell’ordine francescano verso il 1215. Scrisse anche altre biografie.
Bonaventura da Bagnoregio nacque intorno al 1217-1221 a Civita di Bagnoregio. Morì il 15 luglio 1274 a Lione. Scrisse la Legenda Maior e la Legenda Minor intorno al 1260-1263 con l’obiettivo, da parte dell’Ordine, di uniformare le vite del santo.
C’è da precisare che la Legenda Maior venne redatta tra il 1260 e il 1263 e approvata dal Capitolo Generale di Pisa nel 1263.
Il testo di Bonaventura sottolinea l’importanza di Francesco come perfezione.
C’è da dire che Bonaventura venne nominato Ministro generale dell’ordine francescano. Fu cardinale e teologo, conosciuto come “Dottore Serafico”.
Sono sempre ad Assisi.

Anzi tra Santa Maria degli Angeli e Assisi.
Sotto un platano che perdeva foglie come preghiere ripenso ancora a Tommaso da Celano e a Bonaventura da Bagnoregio.
Immagino un loro dialogare. Anzi invento un loro incontro e discutono.
È come se si trovassero a parlare di Francesco senza averlo deciso. Un incontro senza appuntamento.
Il pomeriggio era di quel silenzio che precede il temporale e la pietra del pozzo conservava ancora il fresco della notte.
Tommaso disse:
Io l’ho incontrato quando la sua voce era pane spezzato nei crocicchi. La sua povertà era una ferita esposta. Toccava i lebbrosi come si tocca un fratello che ha freddo.
Bonaventura rispose:
Io l’ho incontrato quando la sua assenza era già parabola, quando i compagni raccontavano e il racconto diventava icona. La sua povertà per me è stata scala, non ferita.
Tommaso guardò le mani di Bonaventura, mani abituate al codice e alla lampada, e disse:
Tu hai costruito una cattedrale di concetti. Io ho raccolto fatti minuti: il giorno che Francesco parlò all’agnello, il giorno che si tolse il mantello davanti al vescovo. Non sono concetti, ma granelli che restano sotto l’unghia.
Bonaventura sorrise senza ironia ed esclamò:
I granelli diventano polvere che indica la direzione. Io ho cercato la geometria del suo gesto perché la gente potesse abitarla senza perdersi.
Parlavano di Francesco come di un albero di cui uno ha odorato la corteccia e l’altro ha misurato l’ombra.
Tommaso allora disse:
Lui non volle regola se non il Vangelo aperto sul leggio del vento. Non volle maestro se non il falegname di Nazareth. La sua obbedienza era selvatica come il rovo che fiorisce fuori dal campo.
Bonaventura rispose:
E proprio perché era selvatica aveva bisogno di un giardiniere, non per domarla ma per renderla camminabile. La teologia è il sentiero che protegge il bosco dal calpestio che distrugge.
Tommaso chinò il capo replicando:
Io temo che il sentiero diventi muro. Io ho visto la sua nudità davanti al padre e ho capito che la libertà è non possedere neppure la propria storia.
Bonaventura raccolse una foglia secca, la tenne sul palmo e disse:
La libertà senza forma si perde. Chi racconta custodisce. Chi pensa tramanda, non per imprigionare ma per non dimenticare il sapore.
Il vento spostò la polvere intorno al pozzo e i due tacquero come si tace davanti a un’icona che parla da sé.
Tommaso comunque riprese:
Io scrissi perché i testimoni stavano morendo, perché la carne di Francesco era stata fragile e calda e qualcuno doveva dire che aveva avuto febbre e allegria.
Bonaventura allora disse:
Io scrissi perché la sua immagine correva il rischio di diventare favola. La favola consola. La verità trasforma. Ho voluto mostrare che la povertà è legge cosmica e che l’amore è ordine.
Tommaso:
Lui amava i lebbrosi. Non l’ordine. Amava gli stupidi, il sole, le bestie piccole. Aveva paura dei maestri.
Bonaventura ammise:
Hai ragione e proprio per questo ho scavato sotto le sue scelte. Ho cercato la ragione che non ragiona, l’amor che move segreti geografici.
Intanto calò una luce obliqua che accendeva la parete del pozzo. Un’atmosfera tra sacro e mistero.
Tommaso pronunciò:
Io resto con il ragazzo che si spogliò davanti a tutti perché vergognarsi della ricchezza è ancora più difficile che vergognarsi della nudità.
Bonaventura:
Io resto con il maestro che vide nel ragazzo il diagramma di Dio perché senza diagramma il dono si disperde.

Si guardarono e nessuno vinse. Ma non era assolutamente una disputa.
La discussione infatti non era una gara. Era un intreccio di radici intorno allo stesso tronco.
Quando si alzarono per andare, Tommaso citò il lupo di Gubbio dicendo:
Francesco non lo ammansì. Gli parlò da pari. La pace è un patto tra diversi e non l’addomesticamento del selvatico.
Bonaventura rispose:
Ho provato a scrivere quel patto perché diventasse scuola senza scuola.
Il platano lasciò cadere un’altra foglia. C’era un leggero vento.
Camminarono in direzioni opposte portando entrambi nel mantello un po’ della stessa polvere.
La sera conservò il dialogo come fa con le cose inutili ma necessarie.
Francesco rimase tra loro non come statua ma come spina nel fianco della memoria, a ricordare che raccontare è servire, che pensare è servire e che ogni servire è un modo povero di ringraziare.
La gratuità e la letizia sono un viaggio d’amore.
Il vero Cantico delle Creature e dell’allegoria della luce.
…

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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