Effetto Sinner
- Postato il 4 febbraio 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione.” Sono parole di Nelson Mandela, credo non sia necessario aggiungere alcuna informazione su un uomo universalmente conosciuto e passo, di conseguenza, immediatamente a una riflessione circa il senso e il valore dello sport calandola, però, nello specifico dell’attuale cultura nazionale e, forse, non solo. L’affermazione di Mandela evidenzia una prospettiva assolutamente ottimistica, troppo spesso lo sport è stato fonte più di conflitti che di unione tra le persone, ma questo è sicuramente da imputare a un sostanziale travisamento dell’anima profonda dell’idea di sport e alla distinzione, fondamentale, tra il praticare uno sport e l’esserne tifoso. Penso sia corretto affermare che, mi riferisco fondamentalmente alla società occidentale, sia tipico del tifoso proiettare, sulla squadra o sull’atleta individuati come oggetto della propria passione, la possibilità e la responsabilità di una condizione psicologica di gratificazione e, addirittura, di felicità, generando l’effetto collaterale, per cui ogni ostacolo a tale condizione di benessere diviene oggetto di demonizzazione di chi viene ritenuto responsabile dell’evento, che sia l’avversario, l’arbitro dell’incontro, l’opinionista che lo commenta o altro. È lecito schematizzare affermando che l’idea anfibia di Eroe/Capro espiatorio ben chiarisce il ruolo che va a rivestire l’atleta in questa dinamica; gli esperti, sociologi e psicologi dello sport, sottolineano il fenomeno analizzandolo nei contesti macro sociali, riconoscendone gli aspetti più rilevanti nella componente di massa che mette sotto i riflettori i protagonisti dello sport e l’apparato di commenti e dibattiti sia da parte di opinionisti, più o meno qualificati, che di un’intera popolazione di tifosi-tuttologi come è forse peculiarmente quella italiana. La componente mediatica, che è un’enorme cassa di risonanza, diviene così responsabile di diverse degenerazioni e della necessità di schierarsi pubblicamente e con furore.
Sarebbe interessante analizzare il comportamento di numerosi personaggi che, anche lontani da qualsivoglia possibilità di risonanza mediatica, penso alle sfide tra dilettanti, agli innumerevoli tornei amatoriali delle più disparate discipline, manifestano l’urgenza di una furibonda contrapposizione tra tifoserie e singoli individui. Credo che alla base del fenomeno, che a livello mediatico e di social è semplicemente più visibile, vada collocato una sorta di “pensiero dicotomico semplificatorio”. Il depauperamento culturale e valoriale che, mi sembra, tende progressivamente ad accelerare, genera persone che perdono la capacità di analisi più complesse, tutto deve essere bianco o nero, o sei con me o contro di me. Antiche dinamiche, alla base della nascita di grandi imperi e di culture particolarmente strutturate, si organizzano proprio su queste basi, il popolo, di per sé centrifugo e individuale, diviene elemento compatto e omogeneo alla presenza di un nemico preciso, ecco riconosciute le caratteristiche di persone, addirittura ignote le une alle altre, che si scoprono unità coesa in quanto antitetica al “nemico del momento”. Una simile semplificazione consente di evitare auto critiche, assunzioni di responsabilità, accettazione dei propri errori, semplicemente scaricando sull’avversario, che si è trasformato in nemico e, pertanto, responsabile di ogni nefandezza, la colpa di ogni sconfitta e il più feroce peana alla propria eventuale vittoria. La propria vittoria o sconfitta coincidono a quella della squadra del cuore, il tifoso si esprime nei termini “abbiamo vinto-abbiamo perso”, molto meno nel caso di singoli atleti. Questo ci porta a una necessaria distinzione tra sport individuale e di squadra.
Provo a sintetizzare una differenza molto complessa e spesso fluida, mi si perdoni lo schematismo. Nello sport individuale l’atleta è l’unico responsabile della prestazione, anche se la preparazione è allargata al gruppo di collaboratori, la sfida è spesso rivolta anche a sè stesso, la componente mentale è prioritaria, l’autonomia, l’autocontrollo, sono determinanti e, nella competizione, il ruolo terzo dell’arbitro è raramente condizionante. In quello di squadra determinante è la collaborazione, l’organizzazione e differenziazione di ruoli che devono concorrere all’esito comune, il senso di “attaccamento alla maglia”, anche se il singolo atleta di riferimento nel gruppo è molto utile come coagulante collettivo. Ancora una parola su come i commentatori gestiscono i tifosi, limitandomi a una breve considerazione, confrontando due sport come il calcio e il tennis che ci porteranno finalmente a riflettere sull’eponimo “Effetto Sinner”. Se un giocatore di calcio simula efficacemente una caduta in area di rigore ottenendo la conseguente punizione contro la squadra avversaria, i tifosi gioiscono e il commentatore parla di “esperienza”, l’incapacità o la complicità dell’arbitro sono implicite; una simile azione, oltre che impossibile nel tennis, sarebbe denigrata coram populo da spettatori e commentatori. Questo chiarisce un aspetto centrale alla base della nostra riflessione: lo sport è sfida e desiderio di superare continuamente i propri limiti, non negando l’antagonista che, al contrario, diviene stimolo e risorsa, ma competendo fondamentalemnte con se stessi. In tale azione il rispetto per l’avversario è imprescindibile. Possiamo ora rivolgerci al noto tennista Jannik Sinner, ne parlo ora, subito dopo la sconfitta agli Australian Open, proprio perchè troppo spesso si è verificato il fenomeno della salita sul carro del vincitore e della fuga dalla nave che affonda. Il grande sportivo lo è soprattutto nel momento della sconfitta e, ancora una volta, un ragazzo così giovane, ha dimostrato dignità, rispetto, sportività e maturità.
I numeri parlano per lui, è in assoluto il più grande tennista italiano della storia di questo sport, eppure l’opinione pubblica è spaccata nei suoi confronti, per quale ragione? Penso possa divenire una sorta di test individuale se, come credo, la premessa della prima parte è corretta, questa consentirebbe di comprendere qualcosa analizzando le ragioni delle diverse prese di posizione. Personalmente diffido di chiunque sia felice per la sconfitta di un atleta, posso comprenderlo se questo comporta la vittoria del proprio beniamino, ma se il piacere è assoluto, l’odiatore di turno farebbe bene a interrogarsi su tanto risentimento, e utilizzo il termine in senso assolutamente nietzscheano. La figura di Sinner trascende il singolo ragazzo e la sua attività sportiva, Sinner si caratterizza per non essere plateale, decisamente poco social, pacato e discreto nei commenti e nelle interviste, assolutamente alternativo a modelli di vasto consumo, al contrario dei classici rapper, attento a non concedere il proprio privato al consumo massmediale. A molti disturba addirittura la sua amicizia nei confronti del suo maggiore antagonista, un altro formidabile fenomeno sportivo e, aspetto non trascurabile, assolutamente lontano dalle sue caratteristiche personali, per molti tutto questo è inconcepibile, forse segno di falsità. Insomma: “Troppo perfettino il ragazzo, non trascende, non dice parolacce, è tutta una recita”; addirittura c’è chi lo accusa di non provare emozioni, gli stessi che hanno goduto delle sue lacrime dopo la finale del Roland Garros vinta da Carlos Alcaraz. Luca Bifulco, professore di Sociologia dello Sport alla Federico II di Napoli, afferma che “Sinner è un eterodosso […] Invita a parlare di sè in modo diverso: mettere al primo posto le competenze, la serietà, l’impegno. E poi è serio ma non serioso, non è un personaggio grigio”. La vera eccezionalità è nella sua normalità; all’intervistatore che sottolineava lo stress al quale è sottoposto, rispose che il vero stress è di chi fa fatica a mantenere la famiglia, in fondo “io gioco semplicemente a tennis”; chiudo con una anomala citazione da “Una canzone intelligente”: “Cosa ci vuole si sa, per fa successo con la gente, si prende un filo logico importante. La casa discografica adiacente, veste il cantante come un deficiente. Lo lancia sul mercato sottostante”.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.