Referendum, Meloni deve prendersela con sé stessa e la sua corte se oggi la bilancia pende verso il No
- Postato il 12 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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“Se perdo il referendum non mi dimetto”. Una promessa, le parole pronunciate da Giorgia Meloni? No, una excusatio non petita e, forse, la profezia destinata ad avversarsi. La premier legge i sondaggi, quelli veri, sente puzza di bruciato e teme di fare la fine di Renzi nel 2016. Deve prendersela con sé stessa e con la sua corte e una comunicazione-propaganda dai toni feroci e sgangherati che sta facendo pendere la bilancia verso il No. Da terreno di confronto sulla Giustizia infatti la sfida è scivolata sullo sdrucciolevole patinoire del giudizio dirimente sul suo governo. Meloni Sì? Meloni no?
Sbagliato ripetere il trito refrain (copyright Silvio Berlusconi): “I giudici ci impediscono di governare, la riforma della giustizia serve”. La riforma della Giustizia non serve a renderla migliore e più efficiente. Serve per rimettere al proprio posto i giudici “politicizzati”. Ovvero a cuccia. Dove non diano fastidio alla politica. In preda al panico, il governo affonda nelle proprie patenti contraddizioni che smascherano il vero obiettivo finale della riforma: smontare le guarentigie della Costituzione e trasformare l’Italia in un paese illiberale, sul modello dell’Ungheria dell’amico Orban, fedele sodale di Meloni e di Trump.
Non le ha portato bene neppure cavalcare strumentalmente in chiave referendaria fatti di cronaca sensibili presso l’elettorato di ogni colore. Le sue intemerate contro i giudici che hanno gestito la vicenda della famiglia nel bosco, le fallaci prese di posizione a favore del poliziotto che le indagini hanno invece inchiodato all’accusa di omicidio del pusher a Rogoredo, le sentenze civili risarcitorie (dunque niente a che vedere con la posizione dei pm) a favore della Sea Watch e dell’immigrato illegale ricondotto per errore nel centro in Albania. Non paga utilizzare, distorcendole, notizie di cronaca che nulla hanno a che fare con la riforma. Al contrario, si perdono perdere consensi e sbilanciano la bilancia verso il No. Al di là delle appartenenze politiche.
L’ultimo carico da undici l’ha calato Giusy Bartolozzi, l’eminenza grigia del ministero Giustizia, indagata per falsa testimonianza al pm nell’inchiesta per la “fuga” del carnefice libico Almasri riportato in patria sull’aereo di Stato. “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura. Sono plotoni di esecuzione” ha urlato Bartolozzi, promettendo anche di lasciare l’Italia nel caso vincesse il No.
Nordio, in imbarazzo, ha svicolato: “Dispiaciuto per sue parole, certo che si scuserà”. Bartolozzi invece non si dimetterà come richiesto dalle opposizioni, e ha contrattaccato: “’’Plotone’ era riferito agli effetti drammatici sugli innocenti”. Sì, come no? Altro clamoroso errore di comunicazione: le gaffe imbarazzanti dei trombettieri mediatici di regime e gli accorati appelli per il Sì di Formigoni e Santanché, Gasparri, Calenda & C (personaggi non proprio in vetta nelle hit parade della popolarità) hanno infiammato una propaganda fallace e facilmente smentibile.
Ci si è messo pure Donald Trump propinando a Giorgia Meloni la polpetta avvelenata di un endorsement non richiesto. Rispondendo a un giornalista del Corriere della Sera, l’inquilino della Casa Bianca ha risposto, testualmente: “L’Italia cerca sempre di offrire aiuto. Meloni è un’ottima leader”. Mentre infuria la guerra all’Iran, disapprovata dalla maggioranza degli americani e pure degli italiani, la fedeltà della Meloni al solipsistico inquilino della Casa Bianca è piombata come un missile nel campo del Sì. Nel tentativo di neutralizzare lo scomodo apparentamento con Trump e la sua guerra Meloni è inciampata in un nuovo passo falso.
Intervistata da Mario Giordano (il conduttore della trasmissione Mediaset “Fuori dal coro”) alla domanda: lei è favorevole o contraria all’intervento? Meloni ha risposto: “Non ho gli elementi per dire se sono favorevole o contraria. Nessuno in Europa ha preso posizione, al netto del premier spagnolo (“La Spagna è contraria alla guerra”, ndr)”. Benzina sul fuoco per l’opposizione che ha subito sparato a palle incatenate sulle ambiguità del governo in materia di politica estera.
In Parlamento Meloni ha giurato che l’Italia è contro la guerra e non vi prenderà parte. Senonché le basi Usa in Italia (Aviano, Sigonella, Pisa) ospitano aerei americani diretti nella zona di guerra, “ma senza obiettivi militari” – precisa il governo – “Si tratta di assistenza logistica”. Sarà, ma intanto anche l’Italia è diventata un supporto alla guerra di Trump. E di Netanyahu.
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