Al Museo dell’Ara Pacis di Roma ci sono i capolavori del Detroit Institute of Arts
- Postato il 18 gennaio 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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La modernità, prima di diventare storia dell’arte, è stata un atto di coraggio, una scommessa, un azzardo fatto di colori troppo accesi, figure deformate, prospettive instabili e visioni che sfidavano il gusto comune. Oggi quella audacia torna a parlare a Roma, negli spazi ipogei del Museo dell’Ara Pacis, che fino al 3 maggio 2026 ospitano la mostra Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts. Cinquantadue opere raccontano un passaggio decisivo: il momento in cui la pittura europea smette di inseguire il mondo visibile e comincia a rielaborarlo, sondando l’esperienza interiore e trasformando la realtà in percezione, memoria, emozione.

Un ponte tra Detroit e Roma
Il cuore concettuale della mostra ha a che vedere con la provenienza delle opere: il Detroit Institute of Arts fu tra i primi musei americani a comprendere la portata rivoluzionaria delle avanguardie europee, acquisendo creazioni che, nei primi decenni del XX Secolo, erano considerate controverse, ermetiche e talvolta scandalose. Figura chiave di questa apertura culturale fu Wilhelm Valentiner, direttore del DIA dal 1924 al 1945, la cui lungimiranza trasformò il museo in un punto di riferimento per l’arte moderna negli Stati Uniti. E in una città come Roma, dove il periodo legato a Impressionismo, Post-impressionismo ed Espressionismo è poco rappresentato nelle collezioni permanenti, la mostra assume un valore particolarmente importante.
Il progetto rientra inoltre in un più ampio dialogo internazionale tra istituzioni museali dal momento che, nel 2027, il Detroit Institute of Arts organizzerà una grande mostra dedicata a Caravaggio, alla quale l’Italia parteciperà con il prestito del dipinto La Buona Ventura, conservato ai Musei Capitolini.
I capolavori del Detroit Institute of Arts a Roma. Le origini
All’interno degli spazi dell’Ara Pacis, il percorso dedicato a Impressionismo e oltre, curato da Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, si articola in quattro grandi sezioni tematiche, pensate come tappe di una metamorfosi del linguaggio visivo tanto complessa e fondamentale. La prima sezione ci porta nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’arte decide di sporcarsi le mani con la realtà. Non si tratta più di celebrare divinità, regnanti o eroi, ma di rispondere alla chiamata di Baudelaire: immortalare la bellezza fuggitiva della vita moderna. Così l’itinerario espositivo evidenzia come il Realismo abbia spianato la strada agli Impressionisti, spostando l’attenzione dalla forma accademica alla materialità del quotidiano. Un esempio perfetto è il Nudo dormiente presso un ruscello (1845) di Courbet: un corpo che non ha la levigatezza accademica e non appartiene al mito, ma alla contemporaneità, testimoniata dagli abiti lasciati a terra, che ancorano la scena al presente. A seguire vediamo la pittura che muta in un inseguimento della luce. Manet e Degas non cercano la perfezione, ma l’istante, che sia il movimento di ballerine inquadrate dall’alto o la vibrazione atmosferica di un pomeriggio parigino. In Donna in poltrona (1874), Renoir dipinge la modella rinunciando alla precisione del dettaglio in favore di una freschezza inedita. In questo clima di sperimentazione spicca la figura di Paul Cézanne, che inizia a intuire come dietro la luce si nasconda una struttura, una geometria quasi architettonica come quella dei suoi Bagnanti (1879-1880), che anticipa la rivoluzione che verrà.

I capolavori del Detroit Institute of Arts a Roma. Post-Impressionismo
Nella seconda sezione, si vede l’intento artistico evolversi ancora: non basta più registrare ciò che l’occhio percepisce ma occorre dare forma a ciò che l’anima sente. Entriamo nella stagione del Post-Impressionismo, guidati proprio dalla ricerca di Cézanne che intende il quadro come una “armonia parallela alla natura”, un mondo a sé stante. Come nella Natura morta con garofani (1886) che non è solo un quadro a tema floreale ma un campo di sperimentazione sul quale Van Gogh smette di essere un pittore tradizionale e inizia a diventare il genio che conosciamo. In quest’opera la pennellata diventa materica e nervosa: l’artista non sta più dipingendo dei petali, ma la forza vitale che sente dentro di essi. Ma la mostra rivela anche percorsi più silenziosi e onirici, come il simbolismo di Odilon Redon e del suo Evocazione di farfalle (1910-12 ca) in cui le forme diventano apparizioni spirituali che fluttuano in uno spazio senza tempo, tramutando la tela in una soglia verso l’invisibile, e l’intimità domestica dei Nabis. In questo solco, Maurice Denis, con La Dépêche de Toulouse (1892), converte un manifesto pubblicitario in un simbolo di innovazione attraverso linee sinuose e campiture di colore puro, coerenti con l’estetica dell’Art Nouveau; Pierre Bonnard, in Donna con il cane (1924) non dipinge ciò che vede ma ciò che ricorda, frammentando una scena quotidiana in un mosaico di piani e riflessi. È una fase di transizione magnetica: un campo di forze che attrae gli artisti fuori dai confini della realtà per spingerli verso il simbolo, tracciando la via per le rivoluzioni del Novecento.

I capolavori del Detroit Institute of Arts a Roma. Le Avanguardie
La terza sezione ci proietta proprio nel secolo breve, quando Parigi diventa il cuore pulsante di un’arte che non ha più paura di distorcere la realtà per trovarne l’essenza. È qui che Henri Matisse sfida le regole del colore, usandolo in modo libero e sensuale per definire lo spazio, come nelle sue vedute d’interni o nei ricordi del Marocco. Parallelamente, Pablo Picasso scompone il mondo. Dalla malinconia dei volti del periodo rosa alla frammentazione cubista, come in La ragazza che legge (1938), dove l’eco di Guernica, dipinto l’anno prima, fa della lettura un atto di resistenza psichica. Accanto a lui, il Cubismo trova nuove declinazioni; Juan Gris organizza la tela come una precisa architettura matematica, María Blanchard ci mette il ritmo, il suo Sassofonista (1919) è una scarica di energia in cui la pittura assorbe le vibrazioni del jazz. A chiudere il cerchio è l’intensità cruda dell’École de Paris. Qui il ritratto diventa scavo psicologico. Gli sguardi ciechi dei tre ritratti firmati da Amedeo Modigliani sono soglie silenziose che sembrano leggere dentro di noi invece di guardare fuori. Il contrappunto perfetto alla loro purezza scultorea è poco più in là, nella pittura febbrile di Chaïm Soutine: i suoi Gladioli rossi (1919) sono fiammate di colore, cariche di un’inquietudine che non lascia scampo.
I capolavori del Detroit Institute of Arts a Roma. La via tedesca all’astrazione
Il viaggio si conclude con la tensione spirituale ed espressiva dell’area tedesca. Qui il colore non è più luce o armonia, ma un gesto di rivolta, un’esigenza interiore che deve uscire con forza. Attraverso i gruppi Die Brücke e Der Blaue Reiter, assistiamo a una metamorfosi radicale. Se Max Pechstein cerca ancora un paradiso perduto tra nudi e natura selvaggia nel suo sogno idilliaco di ritorno al primitivo, Emil Nolde fa del dato naturale un’esperienza mistica. I suoi Girasoli (1932), con le loro corolle pesanti che si piegano verso la terra sotto un cielo blu denso, diventano simboli del ciclo vitale e della caducità, dipinti con una intensità e una drammaticità che il regime nazista, nel 1937, cercò invano di condannare come “arte degenerata”. In questo clima di rottura, Wassily Kandinsky compie il salto definitivo: nel suo Studio per dipinto con forma bianca (1913), il mondo visibile scompare per lasciare il posto alla musicalità di forme e colori. È la nascita dell’astrazione.
Il percorso si chiude con le testimonianze drammatiche di Max Beckmann e Oskar Kokoschka: il primo ci consegna la resistenza dell’artista di fronte ai traumi della storia, come in Autoritratto in oliva e marrone (1945); il secondo stratifica il colore per dare sostanza alla complessità dell’anima e ai suoi moti più profondi. Così, dalle strade polverose del realismo all’astrazione dello spirito, questa mostra è il racconto di come l’arte ha, a un certo punto, smesso di copiare il mondo per iniziare a inventarlo.
Nicoletta Rita Speltra
L’articolo "Al Museo dell’Ara Pacis di Roma ci sono i capolavori del Detroit Institute of Arts" è apparso per la prima volta su Artribune®.