Tra realtà e metaverso Rä di Martino racconta tutta la poesia delle gaming room. La mostra a Roma

Gli anni passano ma i veri artisti non si smentiscono mai. Così Rä di Martino (Roma, 1975), dopo la spiazzante Kant Can’t Can-can, presentata alla Fondazione Giuliani l’anno scorso, continua a sorprendere rivelando, nella mostra Kodrok, in corso alla galleria Valentina Bonomo di Roma, i primi esiti del suo ultimo progetto che, derivati da una ricerca biennale nei campi profughi in Libano, confluiranno nel suo primo film narrativo. L’artista che sin dagli esordi ha individuato come centro del proprio interesse il rapporto tra realtà e finzione, col tempo ha spostato il focus dai luoghi alle persone che li abitano. E se in principio, in linea con la sua formazione tra cinema e teatro, lo scopo era esplorare i meccanismi di costruzione della fiction, testare la resistenza al disvelamento dell’inganno; oggi la sua ricerca pare maggiormente orientata a svelare, attraverso un’indagine pressoché antropologica, la verità delle persone, al di là dei luoghi comuni e delle apparenze.

La mostra “Kodrok” di Rä di Martino a Roma

In particolare, Kodrok, come raccontato dall’artista “nasce da un percorso di ricerca a Beirut e nei campi profughi palestinesi e siriani in Libano, in cui ho documentato il valore sociale delle gaming rooms che lì sono dei preziosi luoghi di incontro e resistenza, seppur sempre segnati dalla precarietà. I campi profughi sono dei veri e propri quartieri, spesso molto pericolosi in cui i ragazzi non hanno alcuno spazio di socializzazione se non queste sale giochi, aperte 24 ore, in cui possono trovare riparo, fisico e mentale dalla violenta quotidianità. Parlando con loro” ha continuato, “ho scoperto come, attraverso i videogiochi questi giovani hanno l’opportunità di interagire con i loro coetanei senza rischiare nulla, in un terreno neutro, dove le loro identità possono emergere e rivelarsi, indipendentemente dalle contingenze. Lo spazio virtuale dei videogiochi, appiattendo le distanze, genera rapporti fortissimi, non solo vere amicizie ma anche amori, come racconterò nel film”.

Lo spazio virtuale delle opere di Rä di Martino alla galleria Valentina Bonomo

E proprio per ricreare questo “spazio virtuale”, non luogo che l’artista chiama Kodrok, da cui il titolo della mostra, Di Martino, da sempre incline allo studio, alla sperimentazione e all’uso di nuovi media, si è messa ancora una volta alla prova con l’estetica del videogioco. L’artista ha elaborato la sua articolata produzione fotografica e video, attraverso tre complessi software usati per creare i videogame, rimodulando la realtà a proprio piacimento attraverso spazializzazioni in 3d e animazioni.

Ecco come Rä di Martino conferma l’inutilità delle generalizzazioni a Roma

Presentando lungo l’esposizione foto realistiche accanto a quelle rielaborate, Rä di Martino svela al pubblico il punto di partenza e l’intento della sua ricerca che, per quanto proiettata verso l’astrazione, non vuole mai distaccarsi completamente dalla realtà per offrirne una visione alternativa e vibrante. L’artista, indagando il rapporto tra memoria, percezione e nuovi media, sonda nuove possibilità di declinare l’esistenza. In particolare, rispetto all’ottica europea e occidentale che generalmente demonizza i videogiochi, Rä di Martino ribalta il punto di vista dimostrando come gli stessi, in contesti sociali diversi, diventino un’opportunità, un momento di respiro e una felice scappatoia da una realtà che spesso si rivela più assurda e surreale persino di quella virtuale proposta ai gamer. Così, con cognizione, sensibilità e poesia, l’artista ribadisce e conferma come luoghi comuni e rifiuti banalizzati siano indice di scarsa apertura mentale, nella misura in cui video game, social media, AI e tutte le varie tecnologie e innovazioni, non sono altro che preziosi strumenti da adoperare con intelligenza e umanità.

Ludovica Palmieri

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Autore
Artribune

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