Bozze, correzioni, ripensamenti Così vede la luce un capolavoro
- Postato il 25 gennaio 2026
- Cultura
- Di Libero Quotidiano
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Bozze, correzioni, ripensamenti Così vede la luce un capolavoro
Osannati, studiati e imparati a memoria, prima di diventare testi sacri- l’ossatura della nostra identità culturale nazionale - anche i classici della letteratura hanno vissuto i loro tormenti. Pagine attraversate da cancellature furiose, parole riscritte, frasi spostate, limate e negate, andando alla ricerca della perfezione, ribadendo la lezione più importante: l’arte può sconfiggere il tempo e la mortalità della carne. Del resto, un capolavoro ispirerà poeti, donerà la parola agli innamorati, verrà studiato sui banchi, tatuato sulla carne viva, riscritto all’infinito; noi, fatalmente, tendiamo a considerarli immobili e perfetti, ecco perché è così emozionante riscoprirne il travaglio della loro creazione.
Ciclicamente, ci si interroga sul valore della letteratura, sulla sua forza intrinseca provando a scardinare tutto, esaltando la velocità del digitale contro la caducità della carta e la sua effimera bellezza ma sono chiacchiere che scompaiono quando possiamo ammirare il codice su cui Boccaccio copiò il suo Decameron, i fogli su cui Ariosto compose gli ultimi canti dell’Orlando furioso, il quaderno su cui Leopardi lavorò alle Operette morali e quel taccuino da tasca su cui Montale annotò, con una biro, un verso dopo l’altro, Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale. Abbiamo potuto visionare in anteprima i materiali, dalla Grammatichetta di Leon Battista Alberti alle pagine del celebre Dialogo sui massimi sistemi di Galileo Galilei, e si rimane abbagliati da tanta bellezza, dall’estro del gesto. È viva l’emozione provata dinanzi alla pagina autografa di Uno, nessuno, centomila di Luigi Pirandello e al manoscritto di Carlo Emilio Gadda, intuendolo come campo di battaglia, con il pensiero che esplode sulla pagina, deflagrando fra correzioni e cancellature; si avverte tutto il lavorio della prima pagina autografa de I Malavoglia di Giovanni Verga e le riscritture ostinate di Alessandro Manzoni, inseguendo una lingua giusta, necessaria, condivisibile e destinata a diventare sacra, unica, immortale.
IL CONVEGNO
«Tutto nasce da una domanda, semplice solo in apparenza: come è nata la letteratura italiana?», afferma il professore Matteo Motolese, docente ordinario di Linguistica Italiana alla Sapienza «perché dietro ogni testo che oggi consideriamo un classico c’è un lavoro artigianale di scrittura, a mano o con la macchina per scrivere. Una esposizione che parte dall’inestimabile codice Hamilton 90 con la firma autografa del Boccaccio, e si arriva al Novecento, passando attraverso Montale, Eco e Calvino. I classici che studiamo sono giustamente considerati perfetti, ma non sono nati così», prosegue Motolese «dalla pergamena medievale al taccuino di Montale, emerge una continuità che permette di capire e studiare la tecnica stessa della scrittura. Una mostra-convegno che è un punto d’approdo e ripartenza, poiché il nostro obiettivo era quello di creare una rete di condivisione di questi capolavori». Concetti ribaditi dal professor Emilio Russo, docente ordinario di Letteratura Italiana alla Sapienza: «Sono uno studioso di Ariosto e Tasso, l’emozione più forte l’ho provata allestendo la camera in cui sono riuniti, l’uno a fianco all’altro, le pagine senza tempo dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata. Il mio lavoro da curatore, affiancando il professor Motolese, è stato quello di creare un cammino fra le opere della nostra letteratura, soprattutto pensando agli studenti e alle scuole che verranno in visita alla mostra. Si tratta» prosegue Russo «davvero di un unicum, potendo apprezzare il tratto sulla pagina, avvertiamo la scintilla della nascita dei capolavori, fra cancellature e riscritture, qualcosa che sino ad oggi era impensabile per il grande pubblico». Questa esposizione a Villa Farnesina rilancia anche una riflessione sull’arte della scrittura manuale e sull’uso del corsivo, ormai considerato una rarità per le nuove generazioni, non cogliendo e sottovalutando anche le ricadute sulla neuroplasticità cerebrale: «Oggi tutti scrivono sui supporti digitali, ma davanti alle correzioni dell’Addio ai monti di Alessandro Manzoni o al taccuino stretto su cui Eugenio Montale appuntava i suoi versi, ci rendiamo conto che la scrittura a mano non è solo un gesto, è anche un mezzo per trasmettere un’emozione, i tormenti dell’anima, i tripudi del nostro cuore».