Ciclone Harry sulla Calabria, l’esperto: «Dobbiamo adattarci al clima che cambia»

  • Postato il 23 gennaio 2026
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Ciclone Harry sulla Calabria, l’esperto: «Dobbiamo adattarci al clima che cambia»

Un’immagine del ciclone Harry scattata dal satellite della rete EUMETSAT

Dalle piene alla siccità, la Calabria si trova a fronteggiare tutti gli effetti del clima che cambia e il ciclone Harry è solo l’ennesimo fenomeno. Il professor Giuseppe Mendicino (Unical) ci spiega cosa sta accadendo e quali sono le misure da adottare, dalla protezione intelligente delle coste a una nuova gestione degli invasi. «Serve un approccio proattivo. Valutare da subito quelle che sono le condizioni per poter adattarsi, fronteggiare, intervenire, programmare e poi, nel momento in cui si verificano queste circostanze, essere pronti. Si deve discutere delle soluzioni in tempi di pace, non in tempi di guerra»

IAN McEwan (Cortesie per gli ospiti, Espiazione) ambienta il suo ultimo romanzo – Quello che possiamo sapere (Einaudi 2025) – in un futuro non troppo remoto, il 2119, in quel che resta della Gran Bretagna (e del pianeta) dopo il Grande Disastro e l’Inondazione. Uno scenario postapocalittico con cui McEwan non si confronta per la prima volta e che ha suggestionato diversi scrittori contemporanei, tanto da dar vita a un filone ribattezzato climate fiction. Ci sarebbe da interrogarsi oggi – anche dopo aver visto le immagini della Calabria e della Sicilia colpite negli ultimi giorni dal ciclone Harry – su quanto sia diventato labile però il confine tra distopia e predizione.

«Se guardiamo alle valutazioni, dettagliate, di organismi come l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, ndr) alla seconda metà del secolo e fino al 2100, in funzione degli scenari emissivi, ci troviamo di fronte a scenari davvero preoccupanti» ci dice al telefono il professor Giuseppe Mendicino, ordinario di Costruzioni idrauliche e marittime e idrologia dell’Unical, che per gli studenti di Ingegneria per l’Ambiente e la Sicurezza del Territtorio tiene un corso di Idrologia e di Scenari di cambiamento climatico.

«Il punto è che noi manteniamo un approccio ‘reattivo’. Reagiamo all’emergenza, commentiamo gli effetti del cambiamento climatico oggi che siamo stati spettatori di un evento meteorologico così violento. Reagiamo, insomma, al fenomeno, ma le cause poi finiscono nel dimenticatoio – commenta il professore – Dovremmo invece passare a un approccio proattivo: iniziare a valutare da subito quelle che sono le condizioni per poter adattarsi, fronteggiare, intervenire, programmare e poi, nel momento in cui si verificano queste circostanze, essere pronti. Si deve discutere delle soluzioni in tempi di pace, non in tempi di guerra».

Professore, esistono ancora i negazionisti del cambiamento climatico?

«C’è una tendenza umana, naturale, a non accettare gli stravolgimenti. Io ricordo tra la fine degli anni ‘90 e gli inizi del Duemila quando qualcuno nella comunità scientifica iniziava a segnalare che il clima stava mutando le difficoltà che si riscontravano, anche con i colleghi. “È un fatto ciclico, non esagerare” veniva risposto. Oggi, quando registriamo che la temperatura globale media è aumentata di oltre un grado rispetto al periodo preindustriale, tanti arricciano il naso. Io porto spesso l’esempio che faccio agli studenti. Sa quanta energia ci vuole a livello planetario per incrementare di 1 grado la temperatura del globo?».

Non ne ho idea.

«Per dare un ordine di grandezza dell’energia che il sistema climatico sta accumulando (soprattutto negli oceani), in divulgazione si usa spesso l’analogia delle “bombe di Hiroshima”: si parla di un ritmo paragonabile a diverse bombe ogni secondo per diversi decenni. L’immagine non va letta come una conversione diretta “= 1 grado”, ma serve a rendere l’idea dell’enorme quantità di calore in gioco. È chiaro che questa energia da qualche parte dovrà sfociare. E abbiamo fenomeni violenti».

Come il sistema “Harry” degli ultimi giorni.

«Sono fenomeni coerenti con un Mediterraneo più caldo, che può fornire più umidità ed energia ai sistemi intensi. Questa estate in alcune aree del Mediterraneo si sono osservate temperature superficiali molto elevate, localmente anche intorno ai 29 gradi, con anomalie importanti rispetto alle medie stagionali. Questo ci porta ad assistere a fenomeni che sono più tipici delle zone caraibiche, della Florida. L’incrocio tra correnti calde e fredde porta alla formazione di vortici, con venti violentissimi e moti ondosi. In passato accadeva al largo, ora invece questi fenomeni sono spesso percepiti come più impattanti sulle coste. Possono risultare più dannosi quando colpiscono aree vulnerabili e urbanizzate, per cui ne aumenta la percezione insieme ai danni prodotti».

E dovremo farci l’abitudine. Se la comunità internazionale si accordasse sulle misure da mettere in atto per contenere i cambiamenti climatici, gli effetti sarebbero sul lungo periodo.

«Le dico di più. Se anche per ipotesi tutte le emissioni di anidride carbonica e metano in atmosfera si interrompessero ora, la temperatura non tornerebbe rapidamente ai valori del passato. Tenderebbe piuttosto a stabilizzarsi su livelli elevati, mentre diversi impatti (per esempio l’innalzamento del livello del mare) continuerebbero a lungo».

Il punto quindi non è solo prevenire, ma adattarsi.

«Bisogna pianificare e intervenire sia per fronteggiare gli estremi ‘in eccesso’, ovvero frane o piene, quanto quelli “in difetto” come la siccità. In futuro andremo incontro a carenze idriche sempre più importanti, che sono solo un’altra delle implicazioni dei cambiamenti climatici».

Si dice: è impossibile che piova tanto e non si abbiano scorte d’acqua.

«Il punto è che se anche i volumi d’acqua piovana restano costanti, a cambiare è la frequenza e l’intensità delle precipitazioni. Se il 70% di questo volume complessivo si scarica in pochi giorni o un mese, per lasciare posto poi a lunghi periodi di siccità, il terreno non è in grado di assorbire tutta quella quantità d’acqua, che in buona parte finisce in mare e non va a ricaricare le falde».

Professore, è possibile stilare un elenco di misure ‘adattative’ che le governance dovrebbero attuare in questo scenario di clima che cambia?

«Sì, più d’una. Per far fronte alla siccità, ad esempio, è chiaro che bisogna andare verso una gestione ottimizzata di dighe e invasi. Il che significa anche cambiare alcune regole di gestione. Mi spiego meglio. Le paratoie degli invasi oggi d’inverno restano aperte, perché non possono accumulare molta acqua per il rischio piene. Il serbatoio non accumula nulla e si va avanti così fino a marzo o aprile. Tuttavia, viste le carenze idriche a cui andiamo incontro ora anche di inverno, è forse il caso di rivedere queste regole. Chiudere le paratoie prima può aiutare ad accumulare più acqua, per far fronte alla siccità estiva.

Certo, questo si scontra con altre esigenze, perché l’acqua degli invasi, in Calabria, non è destinata solo a usi potabili e irrigui ma anche idroelettrici. Anche qui c’è qualcosa da rivedere, a questo punto: siamo vicini in Calabria alla scadenza delle concessioni dei laghi silani (2029, ndr), può essere l’occasione per farlo, visto che sono mutate alcune condizioni, come la disponibilità della risorsa idrica».

Cosa suggerisce per far fronte a eventi come quelli degli ultimi giorni?

«Sarà sempre più importante riuscire a prevederli in anticipo, con strumenti di monitoraggio, per poter allertare la popolazione e attivare misure idonee, come la messa in sicurezza dei luoghi e l’evacuazione delle persone. È un discorso che in realtà vale anche per la siccità, nel senso che oggi abbiamo gli strumenti per prevedere stagioni di carenza idrica con tre, quattro mesi di anticipo. Io dirigo il Centro Studi per il Monitoraggio e la Modellazione Ambientale (CeSMMA) incardinato presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente (DIAm), nel quale si realizzano previsioni stagionali su temperatura e condizioni pluviometriche con sei mesi d’anticipo grazie a modelli, potenziati con le più recenti tecniche di Intelligenza Artificiale, che girano su supercomputer. Quindi monitoraggio, previsione, pianificazione delle misure. Su quest’ultimo aspetto c’è ancora da lavorare».

Il sistema di allerta con il ciclone Harry sembra aver funzionato bene in Calabria, non risultano vittime. Mi sembra di capire sia un modello da estendere a vari aspetti.

«Sì, qui c’è stata la previsione, l’allerta, l’attuazione di misure per proteggere la popolazione. Per le cose è più difficile, se si costruisce lungo le coste o in prossimità di zone d’espansione fluviale, quando arriva la piena, si riprende i suoi spazi. In ogni caso anche qui si può intervenire in maniera intelligente e proattiva».

Con sistemi di protezione delle coste?

«Sì. Oggi disponiamo anche di materiali poco impattanti sull’ambiente, e in alcuni contesti si sperimentano soluzioni che valorizzano anche sottoprodotti naturali (per esempio gusci e scarti di molluschi), accanto a interventi “nature-based”. Il punto però è che bisogna evitare di intervenire a macchia di leopardo. Non si può pensare che il Comune X, dal momento che ha qualche fondo disponibile, butti alcuni massi a protezione del proprio lungomare. Quell’opera, infatti, potrebbe poi determinare degli squilibri più a nord o più a sud, a seconda delle correnti lungo la costa. Gli interventi devono essere fatti con una visione integrata, che porta a una valutazione generale di ampi transetti di costa. È un equilibrio molto fragile, che dobbiamo preservare, ed analizzare nel suo complesso».

Abbiamo visto le città allagate, locali devastati, soprattutto magazzini e depositi, con danni materiali importanti per le attività economiche. Quali sono le misure qui che chi governa non dovrebbe trascurare?

«Deve essere garantita l’efficienza della rete drenante con una manutenzione puntuale delle caditoie stradali. I cambiamenti climatici impongono però anche una nuova analisi dei sistemi di drenaggio urbani, progettati 30, 40 o 50 anni fa per volumi di pioggia che non sono quelli attuali».

E poi ci sono i fiumi.

«Una tragedia. Si faccia una passeggiata lungo i nostri fiumi e lo capirà. Io sono stato direttore del dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente per sette anni, coordinatore del corso di laurea in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. Quindi si figuri se non sono sensibile alle tematiche ambientali. Ho iniziato a parlare di ingegneria dell’ambiente nel ‘92. Non bisogna però cadere nell’integralismo. Oggi si rende praticamente impossibile intervenire sui fiumi, per la manutenzione, perché, si dice, non va alterato l’ambiente della specie x o y.

In questo modo però si dimezza l’efficienza delle sezioni fluviali ed è inevitabile che quando arriva un po’ d’acqua esonda e che tutto il materiale che porta a valle, se incontra un ponte, crea otturazioni pericolose. Ci sono stati casi in cui opere e interventi sono rimasti bloccati a lungo per iter autorizzativi complessi e vincoli ambientali interpretati in modo rigido, con ricadute pesanti anche sulla gestione della risorsa idrica. Salvaguardare l’ecosistema è sacrosanto, ma ripristinare le condizioni naturali e tutelarle non significa imporre l’immobilismo».

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