L’era degli Healing Festival: il nuovo modo di incontrarsi è diventato virale tra giovani e meno giovani. Ci siamo stati per capire cosa sono e come funzionano

  • Postato il 12 gennaio 2026
  • Cultura
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Si chiamano Healing Festival – da “to heal” (guarire) – perché in qualche modo “curano”, ma anche festival del Cambiamento, festival Medicina o Workshop festival: un fenomeno in forte crescita dal post Covid e adesso in vera e propria esplosione, in grado di fornire un palinsesto estivo che copre 3 mesi di eventi da Nord a Sud dell’Italia e poi continua per tutto l’anno con incontri e ritiri per tutta la stagione fredda fino alla successiva estate. Una combinazione di musica, laboratori, natura e spiritualità, a metà strada tra il ritiro e il raduno, tra il campeggio e il concerto.

Il format

Lo schema è molto semplice: si pernotta per qualche giorno in un contesto immerso nella natura come ecovillaggi o strutture nel verde – dormendo quasi sempre in tenda – e si entra in un programma di eventi che hanno ormai uno scheletro ben preciso: workshop mattutino, workshop pomeridiano, live concert serale. Il risveglio attivo è a base di yoga o meditazione, poi segue un lavoro di gruppo a scelta (un paio d’ore) al mattino, uno al pomeriggio e infine la serata libera per godersi musica live/dj set/spettacoli e, solo nei ritrovi in cui è consentito, magari anche un cocktail. Insomma, come un classico festival musicale con area benessere, ma al contrario: qui è la crescita personale a dominare la scena e la musica un contorno di piacere che fa sentire tutti nella comfort zone.

I laboratori di gruppo

Il vero fulcro dell’evento sono i workshop: laboratori di gruppo guidati da formatori, coach e facilitatori che consentono di esplorare l’interiorità e di crescere su una moltitudine di temi. Affettività, sessualità consapevole, bambino interiore, yoga della risata, legami familiari, risveglio selvatico sono solo alcune delle aree di lavoro che si possono trovare. Le attività possono essere molto leggere ma anche emotivamente impattanti, per questo c’è la libertà totale di uscire dal gruppo quando lo si desidera e in alcuni festival sono anche presenti punti di ascolto dedicati al rilascio emotivo o addirittura “angels”: persone alle quali chiunque si può rivolgere per un consulto o una semplice chiacchierata. I lavori di gruppo hanno i più svariati focus: teatroterapia, estatic dance, laboratori poetici, workshop sulla voce, danza dei cinque ritmi, canti medicina e molto altro. Di solito è presente anche un’area benessere individuale con possibilità di massaggi e varie pratiche olistiche. Il tutto intervallato da momenti di talk che vanno dall’esperienza di vita alla camperizzazione di un’auto, dal panel sul poliamore all’educazione affettiva, dalla riflessione spirituale al tema del trovare la propria vocazione. Tra i personaggi che sono già stati ospiti di questo tipo di evento anche Jacopo Fo, Folco Terzani e Daniel Lumera.

Le regole del gioco

Il consenso e il rispetto sono alla base di ogni attività e vengono ricordati continuamente dagli organizzatori, dai cartelli, dai volantini e da un clima fatto di grande apertura e rigoroso ascolto dei confini altrui. In molti festival è esplicitamente vietato l’uso di alcol, in altri invece è possibile usufruire di un cocktail bar serale. Qui la sensazione è che lo sballo (per dirla come i boomer) sia una cosa da sfigati (per dirla come i millennial), e in 4 eventi per un totale di 2mila partecipanti chi scrive avrà notato a dir tanto una persona che sembrava ubriaca: e la gente intorno cringiava (per dirla come la gen Z). L’alimentazione è vegetariana o vegana e si richiede ai partecipanti il minor impatto ambientale possibile: saponi naturali, docce fredde (ma non sempre), piatti e borracce da casa. I costi variano a seconda dell’ evento e del numero di notti, in un range che va dai 150 ai 450 euro circa (incluso di posto tenda, pasti e attività). “Le persone hanno bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande, più lento, in linea coi loro valori – spiega Bernardo Cumbo, content creator di storie alternative e fondatore del Viva Viva Fest, uno dei più partecipati – I dati ci dicono che le persone sono sempre più insoddisfatte del lavoro o della propria vita e vanno in cerca di qualcosa di diverso, in questi festival ognuno va a vivere questa possibilità. Un’esperienza che continua anche dopo, perché non c’è bisogno di andare a vivere sul cucuzzolo

Addio stereotipi

Primo mito da sfatare: scordatevi la folla di “fricchettoni” che forse a questo punto del racconto starete immaginando (non che ci sia nulla di male ad esserlo). Ho incontrato specializzandi in psicologia, avvocati, educatori, medici, infermieri, influencer, cooperanti e molte altre professioni comuni. Certo, per fortuna il mondo è vario e si trovano anche interessanti scelte di vita alternativa: dalla via nomade all’artigiano, dall’artista al viaggiatore, oltre a chi in un ecovillaggio ha scelto magari di viverci tutto l’anno. Secondo stereotipo non vero: quello dell’evento per soli giovani. La fascia d’età più frequentata è dai 25 ai 40 anni ma si trovano tutte le generazioni, in molti festival ci sono aree dedicate alle famiglie e punti di intrattenimento per bambini (in modo che i genitori possano frequentare i workshop in tranquillità). C’è chi viene da solo e chi con gli amici, ma è stato particolarmente interessante trovare coppie mamma-figlio, papà-figlia o coppie di fratelli. La terza idea che potrebbe essere frutto di una visione superficiale è un’atmosfera ipersessualizzata. Solo per fare un esempio, ad Estasia Fest – festival sulle relazioni autentiche e la sessualità cosciente – il primo warning all’arrivo è: “Proviamo a lasciare da parte la penetrazione come obiettivo e concentriamoci sulle emozioni”. Sicuramente ognuno è libero di vivere i propri desideri – i festival sono un grande spazio di libertà – ma lo spirito dell’evento, i luoghi, i modi e tutto il resto tendono a portare molto più sangue al cuore rispetto alle parti più basse del corpo. Delle etichette da superare parliamo proprio con il fondatore di Estasia Fest, Carlo Taglia, una intensa storia di rinascita alle spalle, migliaia di libri venduti, anni di lavoro come facilitatore di crescita: “Pensare che si venga in questi eventi per fare sesso, oppure che sia frequentato dai “fricchettoni sballati” sono tutti stereotipi. A Estasia non vendiamo alcol e sono vietate tutte le sostanze che alterano. Se incontriamo qualcuno che è sballato lo invitiamo a lasciare il festival per tutelare lo spazio in cui le persone si immergono. Balliamo per tre giorni di fila senza assumere niente perché già nella bellezza di stare assieme viviamo sensazioni di estasi. La medicina non è nelle sostanze, in ciò che ci seda dal sentire, la medicina è proprio il sentire”. Questa poi la sua analisi sul trend degli Healing Festival: “Il fenomeno è la risposta post covid dopo il distanziamento sociale, quando le persone hanno avuto un grande bisogno di tornare al contatto. Questo ha spinto un’onda che vuole trovare un modo alternativo di vivere, tornare alle relazioni, alla comunità, alla permacultura. E’ un’onda che continuerà a crescere: più crescono le avversità più si torna alla comunità, perché assieme si è più forti”

Il fenomeno

Il trend è in costante crescita e da questa estate in fase esplosiva. Basti pensare che il solo Viva Viva Fest – festival itinerante di trasformazione – è passato in tre edizioni da 200 a 1200 partecipanti, diventando tra i più grandi d’Italia in questo settore. Non a caso i vari formatori hanno anche un grande seguito social con centinaia di migliaia di follower. Ricorre spesso tra le chiacchiere dei partecipanti l’impressione di essere dentro a qualcosa che sta diventando virale, sempre più accettato come una forma alternativa di “vacanza”, un palinsesto arrivato a essere così ricco di eventi che “non ce la faccio ad andare a tutti, sono troppi”. Per Lucia Berdini co-fondatrice del Manifesto del Gioco, play coach nelle organizzazioni e presenza fissa al Viva Viva Fest, il motivo dell’esplosione di questi eventi è la YOLO (You Only Live Once) Economy: “La gente non ne può più di fare il lavoro che fa e i giovani non hanno paura di mollare un tempo indeterminato perché cercano la felicità”. E aggiunge: “Questo è anche il luogo di chi il cambiamento l’ha già fatto, ma gli mancava la tribù. E qui può riconnettersi a essa con gioia, ballare, nutrirsi dentro”.

Le differenze tra i vari festival

Gli healing festival non hanno tutti lo stesso carattere. C’è chi si concentra sull’offerta più varia possibile (Viva Viva), chi sulla sessualità cosciente (Estasia), chi sul rapporto con il selvatico (Hemera), chi sulla musica medicina (Pachacanta e Essentia) e ancora sul senso di incontro tra maschile e femminile (Intimia Gathering) o sul raduno tribale (Origini Future) e molto altro. Fare un elenco esaustivo è impossibile, la scelta è vastissima e bisogna cercare (o lasciarsi trovare) dall’evento giusto per sé. La differenza con un normale music festival ce la spiega Isacco Caraccio, formatore e presidente di Teatro Selvatico, direttore artistico con Francesca Aurilio di Hemera Festival, un ecosistema di pratiche performative, residenze artistiche, concerti, installazioni, laboratori somatici immersi nella natura: “Al music festival sei uno su mille persone e puoi nasconderti. Gli Healing Festival invece, anche grazie ai laboratori, ti ‘costringono’ ad affrontare le tue questioni interiori. E’ un po’ il ‘viaggio dell’eroe’. Un ecosistema messo su anche grazie all’enorme valore dei volontari che sono dentro gli eventi: una grande bellezza, squadre straordinarie di esseri umani che donano il loro tempo in uno scambio preziosissimo”. Per Caraccio il fenomeno rappresenta “un’onda così forte da poter attirare anche eventi superficiali. Quindi un lavoro che dovremmo fare tutti e tutte è andare a vedere bene chi conduce gli eventi, assicurarsi che un formatore o formatrice siano perennemente in formazione, che ci sia sempre ricerca e studio dietro agli eventi”.

Qualcosa di nuovo

Senza dubbio gli Healing Festival sono il luogo dove andare se si ha una domanda interiore alla quale si vuole rispondere, se si crede nel potere curativo del lavoro di gruppo, se si cercano connessioni autentiche fuori dal giudizio, se si ha voglia di condividere tempo nell’apertura e nell’amore con leggerezza e profondità. I perché sono molti più di questi, però. Le storie che portano al festival sono infinite, c’è chi è in crisi col proprio lavoro e chi ha appena capito qual è la sua strada, chi si è appena separato e chi ci va con la famiglia, chi cerca l’amore e chi ne ha appena abbandonato uno. È un posto dove si incoraggiano le connessioni consapevoli e dove la musica e la danza diventano strumenti per favorire l’auto-scoperta. Per chi scrive è un tipo di esperienza che sta tra il Cammino di Santiago e il ritiro spirituale, tra il riposo e la crescita, tra il viaggio in solitaria e l’atmosfera di gruppo. Un’alternativa che fino a poco tempo fa non esisteva, e adesso c’è.

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Il Fatto Quotidiano

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