Nico Arezzo e il nuovo album nato tra i boschi della Sila

  • Postato il 6 febbraio 2026
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Nico Arezzo e il nuovo album nato tra i boschi della Sila

Il cantautore siciliano, Nico Arezzo, si racconta e svela i retroscena sulla nascita del suo nuovo album “Non c’è fretta” composto tra i boschi della Sila


Cantautore siciliano, classe ‘98, Spiccata simpatia, ottime doti artistiche. Potrebbe sembrare un curriculum vitae e invece è una breve descrizione di Nico Arezzo che ha appena concluso un 2025 ricco di successi, con un album che è andato molto bene, un tour intenso e l’apertura dei concerti nei teatri di Carmen Consoli. E stupisce all’inizio del 2026 con l’uscita di un nuovo album realizzato anche in Calabria, nel cuore della Sila, alla quale dedica l’ultima traccia “Corpo legno – live nella baita di Moccone”. Un progetto discografico che vanta anche numerose collaborazioni: Lauryyn, Anna Castiglia, Ugo Crepa, Ainé, Laurino, la Bologna Bridge Band e i cosentini Bonzo e Belmonte. È lui stesso a raccontarsi in questa intervista, a svelarci i retroscena del suo processo creativo e a darci qualche anticipazioni sul suo “Minchia che tour” che passa anche da Rende (Cosenza).

Nico, intanto come stai? Il tuo 2025 è stato un anno di successi, cos’è cambiato da quando raccoglievi i cavi sui palchi e sognavi di calcarli con la tua musica?

«È stato un anno di un’intensità unica, ne ho vissuti 15 in uno, per cui sono veramente soddisfatto di quello che è stato, curioso di quello che sarà e un po’ stanchino. Però ho sicuramente il tempo necessario per ricaricarmi e pensare poi a ripartire».

È stato un anno talmente tanto stancante che hai deciso di fare un album nuovo, giusto per riposarti.

«Sì (ride; ndr), ho detto: c’ho un mesetto tranquillo, che faccio? Mi sono reso conto di essere leggermente stanco, ma non può la stanchezza nascondere o far risultare più piccola la contentezza di quello che si ha tra le mani. Mi rendo conto che sicuramente c’è della fortuna, ma non è solo fortuna, perché il lavoro che si è fatto dietro, anche negli scorsi cinque o sei anni, sta portando alla luce cose molto belle».

E tu non puoi che essere contento!

«Questo Natale, la zia che non vedevo da due anni mi ha detto: “Stai facendo esattamente quello che quattro anni fa speravi di fare nella vita”. Per cui se guardo il bimbo che raccoglieva cavi e guardo adesso, ad esempio nei tour di Carmen, bimbi caricare cavi, mi dico: “minchia che storia meravigliosa”. Dall’altra parte mi rendo conto che non è il momento di fermarsi. Io devo tantissimo a Ciccio Morrone, da lui ho imparato che si può riposare chiudendo un occhio soltanto a turno».

Se mi soffermo sulla copertina di questo tuo nuovo album ‘Non c’è fretta’, mi viene da pensare che sia una sorta di volume 2 di ‘Non c’è mare’, è così?

«Nel primo sono abbandonato nel mare, nel secondo fingo una forma di relax abbandonato su un prato. Da quando sono completamente indipendente, sono autore della mia storia da solo, mi piace l’idea di creare dei capitoli, questo sicuramente è un parente. Bisogna capire poi e interpretare qual è il grado di parentela. Il primo album era la distanza dal mare, dalla Sicilia. Questo è proprio intriso di tutto quello che è la concezione del tempo, sia personale, come io lo gestisco, sia come interpreto il tempo del mondo. E quindi sono interpretazioni diverse ma di una crescita personale: io cresco, cambiano i miei pensieri e come questo cambiano anche i miei dischi ma credo e spero che si mantenga l’idea di quello che è un ragazzo che scrive delle proprie idee».

La copertina di “Non c’è mare”, primo album di Nico Arezzo

Entriamo nello specifico di ‘Non c’è fretta’, mi è sembrato di capire che ti sei preso del tempo, hai scelto di rallentare, è così?

«È assolutamente così, ma non è che ci sono proprio riuscito, è un tentativo. Perché poi mi viene difficile, non è facile prendersi il tempo, fermarsi e guardare tutto in un’altra prospettiva. Infatti è un buon paradosso perché tu dici, ti sei preso il tuo tempo ma hai fatto un album in un mese, c’è un’incoerenza che è esattamente quella che vivo, perché mi rendo conto che tutto ciò che ho intorno va ad una velocità elevatissima. E io corro alla stessa identità di velocità ma fondamentalmente ho la consapevolezza che nessuno me lo sta imponendo. Quindi capendo una cosa del genere viene facile dire: allora fermati, rilassati, ma non è facile poi realizzarlo. Dunque, il mio è semplicemente un auspicio. Questa è una cosa che ho provato a fare e la Calabria, la Sila, mi ha aiutato parecchio».

Perché questo album è stato realizzato in Sila. Come è successo?

«Questo album è proprio nato nel verde, nelle foreste, nelle campagne. Rispetto al primo album, io sono sempre io, la posizione è leggermente diversa ma il verde è stato proprio principale in tutta questa registrazione. Io l’ho diviso in due luoghi il primo è stato in Sila a Moccone. Sono stato vicino Camigliatello perché conosco Ciccio Morrone (manager calabrese; ndr) da tantissimo, lui è di quelle zone, conosceva quella casa e avendo poco tempo per scrivere l’album gli è venuta abbastanza automatica l’idea: “ma perché non ti chiudi lì dove non c’è nessuno e stai una settimana?”. Poi sono diventati dieci giorni e sono stato completamente da solo.

La copertina di “Non c’è fretta”, il nuovo album di Nico Arezzo

Ogni tanto mi veniva a trovare lui col suo cagnolino, Faber. Però quello è stato fondamentale perché avevo solo una vicina di casa, la dottoressa Gemma di 82 anni e la foresta, nient’altro. Per cui facevo passeggiate e avevo l’obiettivo di fare un pezzo al giorno. Sono stato una decina di giorni, è stato potentissimo perché, in solitudine, tutto ciò che vivi a livello emotivo viene amplificato. È stata un’esperienza meravigliosa, incredibilmente potente, che appena finisci dici: è stata talmente bella che non posso riviverla subito, ho bisogno un attimo di ritornare a quello a cui sono abituato perché è troppo potente».

Dai monti della Sila poi ti sei spostato.

«Sono andato in una casa in campagna assieme ai musicisti ed ho registrato l’album. Eravamo vicino Garda. Ed era quello di cui avevo bisogno, quello che volevo: i picciotti che vanno a fare una scampagnata, si trovano in una casa, portano tutti gli strumenti. Non era uno studio ma abbiamo microfonato tutto l’ambiente e abbiamo vissuto lì quattro giorni con l’idea di continuare fino alle due di notte, poi andare a letto e la mattina dopo fare colazione insieme ricominciando da capo. Era questo quello che volevo io e che volevo dare alla band, sia per un discorso di sincerità totale, sia perché voglio che quando ritorniamo sul palco si crei quella situazione lì, e sarà inevitabilmente così. È proprio l’emozione che voglio trasmetta questo album».

Tu ti allontani anche dalle logiche di mercato: siamo abituati ad album brevi, invece nel tuo ci sono 13 canzoni. Ma anche per la durata dei pezzi non ti sia fatto problemi. È per questa voglia di lentezza?

«Potrebbe, però non c’è una forma di rivoluzione in questo. Da quando ho capito che la cosa che voglio fare è scrivere e comporre, nel modo in cui voglio farlo, lo faccio non solo senza rispondere alle logiche di mercato ma senza proprio tenerne conto. Magari domani pubblico un brano di un minuto, ma non perché funziona di più, perché quella cosa evidentemente voglio comunicarla così. È una cosa che esce fuori in modo naturale. Sono contento che possa sembrare un “faccio quello che mi pare” ma in realtà è veramente quello che mi pare».

Ancora una volta è protagonista la tua Sicilia, è un amore viscerale quello con la tua terra?

«Si. Ed è curioso come nel primo album, che parlavo principalmente del mare, della distanza con la Sicilia, ci fosse meno siciliano di quanto ce n’è in questo. Ma se vai ad analizzare è chiaro il motivo: nel primo c’era una forma di nostalgia, di distacco, in questo credo di averla superata, credo di sia diventato più rifugio che non mancanza. E quindi mi sono divertito pure un po’ a spingere sul siciliano. Inoltre nel corso degli eventi mi sono reso conto che live alle persone piaceva, anche se non capivano quello che dicevo. Perciò perché non farlo se diverte pubblico e me».

Diverte talmente tanto che il tour hai deciso di chiamarlo ‘Minchia che tour’, più siciliano di così…

«Quello è un mix tra quanto la Sicilia è importante per me e quanto sono minchione io (ride; ndr)! Mi divertiva da morire però.
Il primo tour, dopo un disco da indipendente, l’ho chiamato ‘Non c’è tour’ per evitare di creare aspettative.
Poi è andato bene, allora il secondo ho detto chiamiamolo ‘Forse c’è un tour’.
È andato bene anche questo e il terzo, che toccherà posti un po’ più grandi, ‘Minchia che tour’.
E tra l’altro si immagina la meraviglia e l’imbarazzo che possono provare persone, radio, giornalisti a doverlo dire».

La tournée di Nico Arezzo

Partirai a marzo da Milano poi la tappa in Calabria, il 10 aprile a Rende (Cosenza) al Mood Social Club. Ci anticipi qualcosa?

«Ti posso dire che per la prima volta, rispetto all’anno scorso, la famiglia dei picciottelli (la band; ndr) si allarga e siamo molto curiosi di vedere che cosa porteranno i nuovi elementi sia sul palco che fuori. Un elemento in più per noi è un nuovo coinquilino. Sicuramente a livello musicale sarà tutto molto più potente e molto più complesso. L’idea di base sarà sempre la stessa, che è un po’ la mia idea di fare spettacolo, di fare live: cercare di far vivere al pubblico qualsiasi forma di emozione, che sia il ballare, che sia il muoversi poco poco, che sia piangere, arrabbiarsi. Vorrei che si provassero più colori, più sfumature di quello che è l’emotività di una persona e sono convinto di avere una band che farà tutto il necessario e che darà il proprio contributo».

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