A Napoli c’è una mostra che vuole mettere in crisi il modo di percepire il presente
- Postato il 22 gennaio 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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A chiudere l’anno espositivo di Casa Di Marino, e a iniziare quello nuovo, la mostra collettiva non è una somma di fatti, ma un modo di vita riunisce le opere di Darren Almond, Isadora Neves Marques, Anri Sala, Alberto Tadiello e Sergio Vega. Lungi dall’essere una sintesi o un bilancio dell’anno trascorso, il progetto si presenta come una condizione percettiva aperta, attraversata da tensioni e disallineamenti. Nulla appare immediatamente decifrabile: lo sguardo procede per approssimazioni successive, guidato da una sensazione di instabilità lieve, ma persistente, che accompagna il visitatore lungo l’intero percorso.
La natura in mostra a Napoli
C’è qualcosa, in questa mostra, di sfuggente. Non è un dettaglio preciso, né un’immagine dominante, ma una sensazione che si insinua nell’attraversare le sale, come se lo spazio non rispondesse più alle aspettative consuete. Ci si muove con cautela, quasi ascoltando il proprio passo, perché l’ambiente sembra richiedere una diversa forma di attenzione. Le opere degli artisti in mostra costruiscono un clima. Pare che condividano un immaginario comune in cui la natura emerge come forza primaria e autonoma, indifferente alla presenza umana. È forse questa sottrazione antropica a generare una prima forma di inquietudine: il mondo continua a esistere, a respirare, anche senza di noi.

Gli artisti in mostra a Casa Di Marino
Le immagini di grandi dimensioni, come quelle di Darren Almond (Wigan, 1971) e Sergio Vega (Buenos Aires, 1959), non concedono distanza. Lo sguardo è spinto dentro paesaggi sospesi, cristallizzati in un tempo che sembra essersi fermato e che invece continua a scorrere, impercettibilmente. A questa immersione visiva si intreccia un suono diffuso, costante, opera dell’artista Alberto Tadiello (Montecchio Maggiore, 1980), che accompagna il visitatore lungo il percorso. Non è un sottofondo rassicurante, ma una presenza che incalza, che cresce, che sembra promettere un’esplosione emotiva senza mai concederla. Lo spazio espositivo diviene così un organismo sensibile. Le luci sono basse, misurate, e isolano le opere come apparizioni. L’aria sembra densa, attraversata da vibrazioni invisibili. In alcuni momenti, il confine tra ciò che è interno e ciò che è esterno si fa incerto, come nelle due fotografie di Anri Sala (Tirana, 1974): superfici riflettenti, trasparenze, riverberi restituiscono un’idea di natura che filtra, che invade, che mette in crisi l’architettura e la sua presunta stabilità. Non c’è traccia di una presenza umana che ordini o governi questo spazio; al contrario, tutto sembra suggerire una condizione di abbandono o, forse, di una tacita sopravvivenza. Nella stessa sala, le immagini del video di Isadora Neves Marques (Lisbona, 1984) scorrono come un flusso analitico e frammentato, mentre l’ascolto in cuffia consente allo spettatore di entrare nel vivo del filmato, senza però sottrarsi del tutto al paesaggio sonoro che attraversa l’intero percorso. Disegni botanici, schemi genetici, apparati documentali e rappresentazioni linneane dei sistemi riproduttivi vegetali dai richiami umani si sovrappongono, mettendo in crisi l’idea di natura come categoria neutra e autosufficiente.
Una mostra che mette in crisi
Eppure, nonostante questa diffusa atmosfera di straniamento, la mostra non allontana dal presente. Anzi, vi ancora con forza. Non si ha mai l’impressione di trovarsi in un tempo remoto o in un futuro ipotetico. Ciò che si percepisce è una tensione profondamente contemporanea: l’eco di un mondo che vacilla, che perde le sue certezze, ma che continua a generare. In questo senso, non è una somma di fatti, ma un modo di vita è una mostra che pare lavorare sulle condizioni della percezione, mettendo in crisi le categorie con cui organizziamo tempo, spazio e la nostra presenza sulla Terra. Il disagio che attraversa il percorso non è un effetto collaterale, ma il suo vero dispositivo critico: si assiste all’attivazione di una presa di coscienza della fragilità dei nostri strumenti interpretativi.
Diana Cava
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L’articolo "A Napoli c’è una mostra che vuole mettere in crisi il modo di percepire il presente" è apparso per la prima volta su Artribune®.