Il potere e le stagioni della vita. La pittura di Mao Xuhui in mostra a Venezia 

Sono pochi, nella storia mondiale, i periodi tumultuosi quanto il secondo Novecento cinese. La fuga della Repubblica di Cina sull’Isola di Taiwan, a seguito della guerra civile, l’instaurazione della Repubblica Popolare Cinese di Mao, la Rivoluzione Culturale e le sue vittime (con stime che vanno da 400mila a 20 milioni di morti), l’apertura e la crescita esponenziale del Paese, fino alla superpotenza economica e politica che è oggi. Basterebbe questo a spiegare quanto la prima retrospettiva italiana del pittore Mao Xuhui (Kunming, 1956), che questi sconvolgimenti li ha – anche solo per anagrafica – attraversati, sia preziosa. Sarebbe sbagliato, tuttavia, limitarsi ad osservare il valore testimoniale dei suoi dipinti. Dalla mostra a Palazzo Grimani, curata da Lü Peng, Li Guohua e Carlotta Scarpa e intitolata Emergence of the Patriarch, emerge invece la globalità delle tematiche affrontate da Mao Xuhui: la collettività, il patriarcato, il potere, il cambiamento. 

Mao Xuhui, Scissors Accompanying Your Troubles, 1996
Mao Xuhui, Scissors Accompanying Your Troubles, 1996

La mostra di Mao Xuhui a Palazzo Grimani 

Conviene cominciare da uno dei dipinti più memorabili: Under the Firmament Soil (2019-2023) è una grande tela che raffigura innumerevoli uomini e donne nudi e chini al suolo. Più lo sguardo si sposta dal fronte alle retrovie di questa schiera, più i corpi si confondono, le fattezze via via meno umane, sempre più animali, sempre più maiali in un allevamento intensivo. La folla appare qui come una follia, che non differenzia tra generi né generazioni. L’opera spicca per la sua singolarità in una mostra costruita – giustamente – sui simboli ricorrenti del pittore cinese, che vanno a costituire serie tematiche e stilistiche. Particolarmente famoso è il suo ciclo dedicato alle forbici: tra gli Anni Novanta (con toni più espressionisti-simbolisti) e i primi Duemila (in dipinti più minimal e geometrici), Mao Xuhui sottolinea la minacciosità di uno strumento quotidiano come le forbici, spesso ponendole in primo piano e ingigantendone la scala.  

Mao Xuhui, Patriarch Series. Red Back Chair, 1992
Mao Xuhui, Patriarch Series. Red Back Chair, 1992

Il Patriarca nei dipinti di Mao Xuhui   

Appena antecedente alla sua riflessione sulle forbici, quella sul Patriarca si sviluppa in parte attraverso ritratti spigolosi e severi, ma soprattutto mediante una pittura delle architetture e dell’oggettistica dell’autorità. Un arco (Patriarch Series: White Arc, 1992) e una sedia (Patriarch Series: Red Back Chair, 1992), per esempio, divengono veicoli perfetti dell’immagine di un padre concreto e metaforico insieme, di una ponderazione sul potere come costruzione. 

Mao Xuhui, Dianchi Waltz: Youth (destra) e Dianchi Waltz: Twilight Years (sinistra), 2025. Installation view a Palazzo Grimani, Venezia, 2025. Photo Alberto Villa
Mao Xuhui, Dianchi Waltz: Youth (destra) e Dianchi Waltz: Twilight Years (sinistra), 2025. Installation view a Palazzo Grimani, Venezia, 2025. Photo Alberto Villa

La produzione recente di Mao Xuhui in mostra a Venezia 

Più serena e meno radicale appare la pittura di Mao Xuhui negli ultimi anni (fatta eccezione per il dipinto con cui abbiamo aperto), seppur non meno densa. Tanto che, personalmente, le opere che ritengo più penetranti sono anche le più recenti, e le più convenzionalmente figurativi. Dianchi Waltz: Youth e Dianchi Waltz: Twilight Years (entrambi del 2025) sono un dittico di dipinti di uguali dimensioni (210 cm per lato), e di uguale ambientazione, a distanza di tanti anni. Se nel primo un gruppo di giovani suona fisarmoniche e chitarre sotto al sole, in una bella giornata di primavera, nel secondo la chitarra è posata a un albero, dove c’era il prato è stata costruita una piattaforma in legno, e al posto di quei ragazzi in maniche corte ci sono anziani signori incappottati. Due dipinti che sono anche i due poli narrativi di una vita che scorre in fretta come le stagioni. 

Alberto Villa 

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Autore
Artribune

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