Un contro-archivio dell’India per rileggere il contemporaneo in mostra a Milano
- Postato il 25 gennaio 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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India. Di Bagliori e Fughe è una mostra che tende a restituire all’arte proveniente dall’india e presente nella stessa, il ruolo di soggetto, come agente autonomo responsabile della narrazione, contro l’assoggettamento a un potere scopico esterno che impone uno sguardo semplificatorio e inesatto. Le sale del PAC ospitano un contro-archivio in cui i frammenti sono “bagliori” che illuminano una via di fuga attraverso la risemantizzazione dei margini. L’esposizione si presenta come avamposto del quotidiano, dove il passo lento della cura della condivisione si oppone a un presente in corsa verso un progresso incontrollato, segnato da disuguaglianze sociali e conflitti.

India: una contemporaneità ad alta frequenza
Uncanny Listening: schema al dente si staglia sulla parete di fronte all’entrata preannunciando, attraverso la transmedialità del pentagramma tentacolare, tematiche chiave della mostra. Tra la documentazione saggistica, il suono e la conversazione, risulta una cartografia della modernità sincopata, intenzionalmente dominata dalla paura, dove l’intimità diventa politica, come contraltare del potere. Suvani Suri, reinterpreta il concetto agambeniano di soglia al bagliore del suono: il linguaggio plasma la narrazione e l’ascoltatore ne diventa testimone. La frequenza, secondo la sua accezione originale, descrive il presente reticolare sovraffollato che abitiamo. Kaushal Sapre presenta un’installazione complessa, focalizzandosi su quanto le infrastrutture di rete plasmino l’esperienza sociale e la memoria collettiva. Anche la ricerca di Asma Tulika, in Unravelling control Loops, indaga un sistema rizomatico: la sovrapposizione delle fonti di informazione e comunicazione e la dispercezione come sua immediata conseguenza.
Materia e Memoria dall’India al PAC di Milano
Nella sofisticata operazione curatoriale i Raqs Media Collective e Ferran Barenblit sembrano voler trovare una fuga da un’interpretazione monolitica del presente, generando complessità attraverso la memoria, anche quando incarnata nella materia. In Synthesized Forest di Maskud Ali Mondal l’evoluzione delle superfici di clorofilla, co-autrice della stessa opera, agisce come registro delle trasformazioni del mondo. Gyanwant Yadar nell’opera Pareth – where the soil turns and the body migrates. utilizza l’argilla come veicolo del contesto agrario in progressiva scomparsa, in cui essa conserva il suo originario orizzonte produttivo – di campi e di case – per trasformarsi, in materia reminiscente, attraverso i ricordi di chi l’ha lavorata. Nel progetto di Niroj Satpathy e nel dittico di Aarti Sunder la vita delle tracce – organiche e inorganiche – si fa flusso di ritorno oltrepassando i confini convenzionali della materia che la vedono relegata ad usi e luoghi prestabiliti. Infine, nell’opera del collettivo GABAA, che ricopre la facciata dell’edificio, e nella videoinstallazione di Millo Ankha, è il gesto che plasma la materia, sia essa presente o assente – come nel secondo caso – a conservare il lascito della tradizione.
Al PAC di Milano la fragilità della narrazione diventa resistenza
Il progetto espositivo dimostra un’attenzione capillare anche per gli attori bistrattati della contemporaneità, alla fragilità come resistenza contro la rigidità delle strutture, esemplificata dal portale di pizzo di Sumaksh Singh. Lo sguardo diretto degli asini di Ranjeeta Kumari restituisce dignità a coloro che portano il peso del progresso altrui. Smita Urmila Rajmane si impegna nell’emendamento dei principi gerarchici della cosmologia brahmanica, contrapponendovi il mito di Vindhyall e la regina Asura come contro-letture delle caste marginalizzate. In Folding the figural di Jithinlal N R le mani si sfiorano per connettere il Kerala all’Italia attraverso la migrazione che coinvolge il personale sanitario come esempio di “ambedkarita di Maitri”, amorevole gentilezza, e vocazione professionale alla cura dei più fragili. La visione di Shefalee Jain attraversa lo sguardo clinico che plasma la categoria del diverso restituendo ai corpi non conformi lo statuto di soggetto e non di esemplare. Infine, opere come quelle di Pinak Banik e Malik Irtza trasfondono visivamente una sovrascrittura della storia rispettivamente del Bengala e del Kshmir.
A Milano l’immaginazione degli artisti indiani apre una via di fuga dalla realtà
L’immaginazione, sia essa allusa o dichiarata, rappresenta un bagliore, una soglia per l’evasione dal timore. L’aereo che sovrasta visivamente e concettualmente l’edificio nella fotografia di Uzma Mohsin evoca un monumento vernacolare del desiderio di fuga dall’ordinario. Moonis Ahmad Shah trasfigura soggetti postumani in paesaggi naturali, immaginando un futuro in cui la vita sopravvive in forma ibridata, mentre Goba Trivedi presenta a Milano Monsters of Our Making, un ritratto mostruoso di come siamo in grado di incanalare in immagine la paura per il diverso, per contrapposizioni di caratteri familiari. Queste, congiuntamente alle opere non citate, compongono un mosaico contemporaneo che rifulge un’alternativa più completa all’immaginario dell’India, configurata come prisma per la rilettura del contemporaneo.
Camilla Ghiggi
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L’articolo "Un contro-archivio dell’India per rileggere il contemporaneo in mostra a Milano " è apparso per la prima volta su Artribune®.